Domanda alla domanda 1

Caro Comandante,

di quali princìpi si sta parlando? Ci sono ancora dei princìpi che non si sono ancora dileguati. Il rispetto, per esempio. Il vivere civile, eccone un altro. Sono d’accordo sul fatto che ne sono rimasti pochi, in verità. Nella difficile operazione di far quadrare un bilancio familiare, operazione più complessa della quadratura del cerchio, spesso mi rendo conto di aver semplificato la mia vita a pochi princìpi, pochi ma buoni. E sono quelli di cui ho detto sopra.

Per semplificare le cose, il mondo per me è bianco o nero. Oggi ho mandato al caldo un negozio di musica vicino a casa mia perchè non ha la minima elasticità mentale di venire incontro a un cliente (me) che ti paga fior di soldi per fornire i libri a una ventina di allievi. Questa città di negozi del genere ne ha un altro. E io ho scelto l’altro. Fine della battaglia. Tanto per fare un esempio.

Vogliamo parlarne?

Le parole che non mi hanno mai detto (quando servivano)

Oggi ho spalancato le finestre, il sole sta brillando in un cielo che mi sta rimandando a più di qualcuno dei miei altrove. Ho il sospetto che questi luoghi siano più reali dentro di me che non fuori. Non ho più avuto occasione di andarci fisicamente, ma dentro di me vivono più che mai. Eppure sto cercando di attaccarmi alle poche cose belle che mi accadono per non alienarmi del tutto. Vedere mio figlio che con entusiasmo stava spazzando le foglie morte dal marciapiede davanti a casa mi ha riempito il cuore, come il semplice portarlo all’asilo che lo accoglie ogni giorno e dove sta imparando la vita fuori dalle mura domestiche, come il semplice accoglierlo sulle mie ginocchia quando si è trattato di condividere la cena ieri sera.

Me ne sto qui ad aspettare che ripassi quel treno che dovrebbe portarmi a quella vita che sogno. Nella speranza che passi ancora, dato che la linea ancora non l’hanno ancora cancellata. L’altoparlante della stazione sta tacendo da troppo tempo, e la mia attesa per quanto cerchi di essere attiva rischia di diventare vuota di quella necessaria fiducia che mi dovrebbe dare la forza di restare qui ad aspettare.

Eppure quei treni in passato c’erano. E io sono salito su altri treni che mi hanno portato lontano da dove dovevo arrivare, perchè improvvisamente hanno cambiato direzione. Perchè non sono salito sui treni giusti?

Perchè mi è mancata quella luce, quella spinta dentro. Perchè mi sono mancate quelle parole che mi sono arrivate solo la scorsa settimana, quando dovevano arrivare più di vent’anni fa.

Quelle parole sono arrivate quando ho dedicato una mia musica ad una giovane corista, la quale mi ha tributato tutto il suo nobile e limpido affetto. Quelle parole, pronunciate con innocenza da lei che è poco più di una ragazzina, hanno provocato in me vibrazioni che da tempo non sentivo e che sono durate a lungo dentro di me. Ora che sono decantate sul fondo della mia anima le posso rileggere per quelle che sono. Sentirsi dire che sono una delle persone più speciali della sua vita non è proprio cosa indifferente. Come sentirsi dire che mi vuole bene e non so quanto.

E’ una farfalla che si è posata sulla mia mano, ha allietato il mio cuore disegnando un sorriso sulla mia terra arida. La lascio andare così come è venuta, ringraziandola per la sua compagnia e per aver suonato dentro di me una melodia che non avevo mai sentito.

Quelle parole, vent’anni fa e più ancora, avrebbero avuto effetti miracolosi dentro di me. Mi avrebbero messo sul treno giusto, perchè avrei rialzato la mia testa appesantita da quelle tenebre che mi gravavano dentro. E avrei guardato nella direzione giusta. La mia vita avrebbe preso un altro corso. Quello che ha preso solo ora. Con vent’anni di ritardo. E con un treno da aspettare. Io, sulla banchina, solo, con i miei bagagli finalmente pronti. E il binario vuoto.

Ma di lavoro cosa fai?

Domanda innocente, ma è pur sempre la solita domanda che porta con sè già la risposta: il tuo non è un lavoro. In Italia, la culla della cultura, il musicista che fa il musicista di lavoro è un nulla facente. Quando a quella persona, che non mi vedeva da anni, ho risposto che appunto facevo il musicista mi sono sentito poi rispondere che sì, opero nel settore e che mi devo sentire utile perchè ascoltare un concerto fa sempre bene. Ora, se la mia sopravvivenza dipendesse dai concerti sarei veramente in difficoltà. Questo mi dispiace, ma devo considerare che in fondo mi sono trovato a fare il musicista e l’insegnante al 100% solo da poco tempo. Le mie lezioni sono linfa vitale per me e per la mia famiglia, vorrei di sicuro fare di più.

Mi sono rimesso in moto, sul leggio del piano sono tornati gli spartiti da studiare per accontentare i clienti. Tornerò a frequentare prove di coro, almeno per vedere qualcuno al di fuori delle mura domestiche: la mia vita sociale è effettivamente azzerata e non mi va tanto bene nemmeno questo. Anch’io ho bisogno di vedere persone.

Certo: io di lavoro cosa faccio?

Fermo…

Mi sono concesso una cosa che non so quando mi sarà permesso di rifare. Mi sono FERMATO. Ho considerato quello che mi aspetta nei prossimi mesi e ho pensato che la cosa migliore che potessi fare era recuperare energie. Ho passato una vita a correre, niente sabati o domeniche. Ora sono rimasto semplicemente a gestire l’ordinario senza spaccarmi più la testa come nelle scorse settimane.

Mi sono sentito un po’ in colpa, perchè la mia mano non ha continuato a seminare. “Chi semina raccoglie”, come dice il famoso detto. Solo che quando non hai più niente da seminare o quando la tua mano è troppo stanca per farlo non semini più. Ho dovuto fermarmi, approfittando della solitudine. E neanche troppo, perchè semplicemente non ho fatto niente di più che le mie lezioni e le mie suonate d’organo quando sono stato chiamato a suonare. Non ho studiato, non ho compulsato gli indirizzi raccolti nell’ultima fiera, non ho più suonato, non ho letto libri. Niente. Sono rimasto un po’ solo con me stesso. Stamattina mi sono inginocchiato davanti all’altare della Madonna dove mi recavo da piccolo. Quando ho sentito il tonfo della porta della chiesa chiusa alle mie spalle mi è venuto un tuffo al cuore considerando il silenzio che vi regnava dentro. A volte c’è bisogno anche di questo, e penso a quando concedersi questi attimi diventa un lusso.

So che la prossima volta che mi accadrà sarà, a Dio piacendo, a marzo dell’anno prossimo…

Esempio di segretaria comunale

Tanto per dare l’ennesima spalata di merda su questo Stato di merda in cui viviamo. Il fatto mi è stato riferito da persona degna di fiducia, ovviamente ometto luoghi e nomi. Può essere avvenuto ovunque.

Signora italiana madre di quattro figli si reca in comune per chiedere se per il trasporto scolastico dei figli il comune può andarle incontro economicamente data la propria situazione economica non florida. La segretaria comunale, amabilmente, le risponde: “Sono cazzi suoi se ha messo al mondo quattro figli. Poteva farne uno solo.”

In Danimarca lo Stato paga la maternità e anche la paternità perchè crede nella famiglia, e nelle famiglie numerose. I neolaureati guadagnano mensilmente non meno di 2400 euro. In una famiglia dove lavorano due persone rimangono per vivere non meno di 5000 euro al mese. La scuola è EFFETTIVAMENTE gratuita, fino all’università che spesso è gratuita anche quella. Vogliamo continuare con l’enumerazione delle differenze? Sono profondamente INCAZZATO.

Ma non dovresti essere a dormire?

E invece, ora che l’orologio segna mezzanotte e quaranta, sono ancora in piedi. A fare conti, a vedere se si riesce a pagare il mutuo alla fine del mese. Quanto odio trovarmi ancora a questo punto. So che la mia storia è quella di tanta altra gente, ma questo non mi tranquillizza. Sto cercando di lottare per tenermi a galla, e con me tutta la mia famiglia. Il risultato dei conti? Ah beh, anche questa sarà una notte insonne…

O forse dormirò…. magari mi conviene, viste le giornate che mi aspettano. Ci metto un po’ di sana incoscienza, troverò chi mi aiuterà e anche questo mese passerà come sono passati gli altri.

Sogno un momento in cui non sarò costretto a fare e rifare e rifare ancora i conti, a non dover fare debiti per fare la spesa e mettere un po’ di benzina nella macchina per lavorare. Ho aperto questa pagina solo per dirmi “Forza, ce la farai anche questa volta”. Sono il solo sugli spalti a fare il tifo per me stesso. O forse c’è anche mio figlio, che stamattina all’asilo mi stringeva forte e mi diceva “Ti voglio bene papà”.

Sono ancora qua…

Il silenzio. Ogni tanto interrotto dal rumore dell’acqua delle pozzanghere in strada attraversate da qualche rara automobile. Il fruscio del computer, il ticchettio della pioggia in giardino. Respiro piano per non fare rumore. Anche questa settimana è andata. Attendo ancora qualche minuto per godermi un po’ di riposo e per fare silenzio dentro di me.

Cerco di contenere le mie reazioni, sono molto deluso, stanco, arrabbiato… Sono intossicato da quanto mi è successo, da tutta la negatività che mi ha attanagliato. Come vorrei che questa pioggia si portasse via tutto, come un’ onda di piena irrefrenabile.

Io rimango qua, con le mie armi spuntate, a combattere la mia battaglia. Come tutti, o quasi tutti. Sono svuotato di ogni entusiasmo, di ogni energia. Mi sento tremendamente solo. E fallito.

A da passà a nuttata…

Dunque: un’allieva in crisi, che non riprende le lezioni perchè non sa cos’ha col pianoforte. Un cantante che si ritira dal progetto di fare una coverband di alto livello di Renato Zero ancora prima di cominciare. Un pezzo della tastiera che arriva oggi al negozio dopo averlo ordinato a luglio, ma mi serviva una settimana fa. Per non parlare del passato lavorativo che ritorna a demolirmi, dopo due anni. E le porte chiuse in faccia da chi speravi di avere un aiuto. Un piede che non riesco nemmeno a posare per terra dal male che mi fa. E gli occhiali di mia moglie che si rompono in modo irreparabile.

E dobbiamo vivere questo mese con meno di mille euro.

Fermate il mondo, voglio scendere. Stamattina ho compreso cosa prova un condannato a morte. E come diverso ti appare il mondo, tutto il mondo. E provi sulla tua pelle quanto vorresti vivere una vita serena, finalmente serena, in cui sia possibile dire “Sto bene” senza che arrivi una grandinata di bastonate. Fanculo.